Egitto: controrivoluzione mascherata da democrazia

Shamus Cooke

In un paese in cui le braci della rivoluzione sono ancora accese, si presumerebbe che un’elezione presidenziale produca un governo dall’apparenza rivoluzionario. Non così in Egitto. I rivoluzionari che hanno rovesciato l’odiato dittatore Mubarak non avranno alcuna rappresentanza nell’imminente ballottaggio per l’elezione del presidente.

Quelli che si sono opposti alla rivoluzione sono, tuttavia, ben rappresentati. Al ballottaggio concorrono Ahmed Shafiq, l’ex primo ministro del dittatore che resta un uomo forte dell’esercito. La presenza di Shafiq alle elezioni è un forte monito circa il fatto che gli obiettivi della rivoluzione devono ancora essere realizzati.

L’altro contendente non rivoluzionario alla presidenza è Mohamed Morsi della Fratellanza Mussulmana.  La dirigenza della Fratellanza Mussulmana è rimasta tranquilla nella fase iniziale della rivoluzione fino a quando la sua ala giovanile non l’ha trascinata nella mischia. La dirigenza ha da allora finto di essere un’alleata della rivoluzione, ma le sue false credenziali rivoluzionarie sono state denunciate molte volte successivamente alla sua conquista di una grossa fetta dei seggi parlamentari, erodendone costantemente la popolarità.

Il potere esecutivo egiziano, ad esempio, è tuttora costituito da un gabinetto selezionato dall’esercito, un fatto che ha cominciato a ravvivare i carboni caldi della rivoluzione, riaccendendo proteste di massa. La Fratellanza Mussulmana è rimasta silenziosa – come prima – fino a quando la situazione incandescente non l’ha nuovamente costretta all’azione: la Fratellanza ha chiuso il Parlamento esigendo che il gabinetto dell’esercito si dimettesse. Ma l’esercito ha reagito con l’inazione e ha minacciato di chiudere il Parlamento permanentemente. La Fratellanza ha reagito costringendo il parlamento alla riapertura, e il gabinetto è rimasto al suo posto.

La Fratellanza è ora considerata, correttamente, da molti come piuttosto servile nei confronti dell’esercito, un ruolo che la sua dirigenza ha svolto prima della rivoluzione. Tale denuncia spiega la caduta della sua popolarità che è sfociata nella conquista del 25% dei voti nella prima tornata delle elezioni presidenziali, contro il 47% dei seggi in parlamento conquistati a novembre/dicembre.

Indipendentemente da quale candidato vincerà le elezioni, l’esercito potrebbe tranquillamente restare il potere vero nel paese. Ciò è dovuto al fatto che l’Egitto è privo di una Costituzione; il nuovo presidente avrà un potere letteralmente pari a zero fintanto che non ne sarà stilata una. Se il candidato dell’esercito perderà, esso si batterà per limitare i poteri del presidente. Molti di candidati alla presidenza più onesti hanno già boicottato le elezioni per questo motivo.

Burocraticamente, era stata creata un’Assemblea Costituente dal parlamento dominato dalla Fratellanza Mussulmana, con il compito di scrivere una costituzione, ma gli altri partiti l’avevano boicottata a motivo del potere predominante della Fratellanza sul processo. I tribunali egiziani, dominati dall’esercito, avevano sciolto l’Assemblea, probabilmente per tenere sotto controllo il potere della Fratellanza (l’esercito e la Fratellanza hanno un rapporto di amore-odio, affidandosi reciprocamente l’uno all’altra per sostegno ma contemporaneamente essendo in competizione per il potere).

Lo stato patetico della democrazia egiziana ha indotto il portavoce del candidato dell’esercito, Ahmed Shafiq, a dichiarare “la rivoluzione è terminata”. Ma ha parlato troppo presto.  Una volta ridotta all’essenziale, una rivoluzione è la maggioranza dei lavoratori attivamente impegnata in politica. E poiché le elezioni imminenti non apriranno a tale maggioranza una via per l’impegno in politica, probabilmente essa continuerà il suo impegno politico nelle strade.

I rivoluzionari impareranno comunque inevitabilmente che non è sufficiente cacciare Mubarak; una visione positiva deve sostituire il dittatore, non il tentativo di rappresentanti del vecchio regime di sostituire il dittatore con il suo clone. E’ sperabile che i rivoluzionari creino una visione che li unisca contro i loro oppositori, organizzandosi nel frattempo come forza sociale potente e coesiva che possa contrapporsi al potere organizzato del passato, completa d’idee ispiratrici capaci di mobilitare i lavoratori e trasformare realmente la società, anziché semplicemente rimescolare le carte al vertice.

La classe dominante egiziana sta deliberatamente utilizzando queste elezioni per indirizzare l’energia della rivoluzione in un vicolo cieco. E’ una strategia intramontabile per uccidere le rivoluzioni: la classe dominante convoca elezioni prima che i rivoluzionari abbiano avuto il tempo di organizzarsi appropriatamente, lasciando che le elezioni siano vinte da quei gruppi – la Fratellanza Mussulmana e l’esercito, in questo caso – che erano organizzati prima della rivoluzione. I vincitori delle rivoluzioni sono gli organizzati o i ricchi, spesso entrambi.

La società egiziana si rifiuterà di restare calma dopo queste elezioni; ci sono troppi problemi economici e sociali che restano da sistemare dopo la rivoluzione, principalmente l’altra disoccupazione in un’economia allo sfascio.

Il governo militare ha già chiesto al Fondo Monetario Internazionale, dominato dagli USA, un prestito di 3,2 miliardi di dollari, che non sarà perfezionato se non dopo le elezioni. La dilazione è stata intenzionale, poiché le condizioni del contratto di finanziamento comprenderanno inevitabilmente misure d’austerità: tagli a programmi sociali fondamentali, eliminazione dei sussidi per gas e cibo, assieme alla privatizzazione del settore pubblico e ad altre politiche ostili ai lavoratori.

Come i rivoluzionari in Grecia, gli egiziani si batteranno contro l’austerità battendosi nello stesso tempo per un’Assemblea Costituente davvero democratica; ciascun tema, di per sé, potrebbe re-innescare la rivoluzione che tuttora cova sotto la cenere. Ma la democrazia avrà un nuovo significato per i rivoluzionari egiziani: l’ideale astratto sarà accantonato a favore di una democrazia di uguaglianza economica e sociale, chiedendo che il potere economico e sociale dei vecchi governanti dell’Egitto sia cancellato.
Shamus Cooke è un operatore sociale, sindacalista e scrittore per Workers Action (www.workerscompass.org

Tags:

Shamus Cooke is a social service worker, trade unionist, and writer for Workers Action. He can be reached at portland@workerscompass.org