Il futuro “libero” della Siria: pulizia etnico-religiosa e genocidio

Shamus Cooke

Di Shamus Cooke

Italian translation of Syria’s “Liberated” Future: Ethnic-Religious Cleansing and Genocide 

7 agosto 2012

Un cambiamento affascinante è avvenuto nei mezzi di informazione tradizionali degli Stati Uniti: dopo un anno di propaganda e di bugie contro la guerra in Siria, dei barlumi di verità si stanno facendo strada nell’opinione pubblica. Potrebbe essere troppo poco troppo tardi: il paese sta ormai per   cadere nell’incubo della pulizia etnico religiosa e dei massacri.

Dopo aver  venduto la guerra  senza interruzione, il New York Times ha impiegato un secondo a levarsi il sangue dalle mani per riferire il vero stato della cose in Siria. Sembra che i continui servizi precedenti sui massacri indiscriminati di cittadini, perpetrati dall’esercito siriano nella città di Homs, fossero semplicemente una menzogna, ripetuta continuamente.

Ora viene fuori che era vero l’esatto contrario.

In pratica, molti dei rifugiati che fuggivano da Homs, erano Cristiani perseguitati, attaccati da membri del Libero esercito siriano, che avevano ucciso minoranze religiose nel tentativo di reclutare Sunniti inflessibili in Siria dato che questi combattono una guerra religiosa contro lo stato laico siriano.

Il contesto 

Dato che il Libero esercito siriano non è emerso da una rivoluzione popolare, ma invece dai    portafogli e dall’arsenale dell’Arabia Saudita, la guerra intesa a distruggere il governo siriano doveva essere intrapresa come guerra etnico-religiosa.  L’Arabia Saudita ha una lunga storia di esportazione della sua rara forma estremista di Islam Sunnita, cioè il Wahhabismo,* come strumento politico che aiuta a far cadere governi ostili.

Gli Stati Uniti hanno un’alleanza  di vecchia data con l’Arabia Saudita in questo tentativo, una dinamica che, nel corso degli anni, ha fatto nascere sia i Talebani che Al Qaida. Gli Stati Uniti si rifiutano di smettere di usare questa strategia perché essa è incredibilmente efficace per rovesciare governi “ostili” mantenendo contemporaneamente bloccate vaste porzioni del Medio Oriente negli anni  della costruzione dell’Islam, il che mantiene sotto controllo qualsiasi attività politica intrapresa dai lavoratori, dato che in Arabia Saudita le proteste, i sindacati e i diritti civili sono illegali.

Le minoranze religiose perseguitate di Homs considerano il governo siriano come loro alleato contro i beniamini dei mezzi di informazione, i  “liberatori” del Libero esercito siriano, burattini nelle mani della politica estera dell’Arabia Saudita. 

La persecuzione delle minoranze

 Gli editoriali  del New York Times hanno esposto  i fatti  meglio di qualsiasi servizio giornalistico precedente:

“Dato che le armi e il denaro dell’Arabia Saudita sostengono l’opposizione [il Libero esercito siriano], gli 80.000 Cristiani che sono stati “puliti” dalle loro case….in marzo, nella Provincia di Homs dal Libero Esercito siriano, hanno gradualmente abbandonato la speranza di ritornare in  un qualche momento  a casa. ”

“La condotta  [la pulizia etnica] [ dei ribelli [il Libero esercito siriano] ha spinto per lo meno alcuni Sunniti che avevano appoggiato i ribelli e i siriani che una volta indecisi,  a giurare rinnovata lealtà ad Assad. Molti di coloro che una volta consideravano il regime come un governo corrotto, ora lo vedono come il miglior garante del pluralismo siriano [etnico-religioso]  a rischio.”

La complicità degli Stati Uniti 

L’improvviso capovolgimento dei fatti era noto da molto tempo sia al governo statunitense che ai mezzi di informazione. Il  New York Times continua:

“Washington è consapevole della portata del problema [fanatismo religioso e persecuzione delle minoranze]. All’inizio di giugno del 2011, Robert Stephen Ford, ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, ha informato  le sue controparti a Damasco circa la penetrazione di Al Qaida nelle forze di opposizione.   Persistendo  ancora nel suo sostegno al tentativo dell’Arabia Saudita di destabilizzare la Siria, Washington, lungi dal favorire  Israele o dall’indebolire l’Iran,  sta aiutando ad alimentare una crisi umanitaria  che  tornerà   a  tormentare  gli Stati Uniti.”

Riassumendo: i politici statunitensi di entrambi i partiti, hanno mentito alla gente circa la vera natura del conflitto in Siria, perché andava a loro vantaggio politico vedere un paese non alleato degli Stati Uniti distrutto dalla barbarie etnico-religiosa.

Infine dal New York Times:\

L’apparente indifferenza della comunità internazionale al peggioramento della condizione delle minoranze religiose in Siria, e la quasi totale assenza di censura riguardo alle  forze di opposizione da parte dei governi occidentale schieratisi contro Assad, sta producendo un amaro anti-americanismo tra molti Siriani laici che vedono gli Stati Uniti allinearsi con l’Arabia Saudita, la fonte del Wahhabismo [Sunniti estremisti], contro lo stato più fermamente  laico del mondo arabo.”

Eccoci al dunque.  Ci è voluto pioù di un anno, ma improvvisamente la guerra siriana  non è così bianca e nera, buono contro cattivi. Il governo siriano non deve essere assolutamente glorificato, ma la devastazione totale che è stata provocata nel paese è avvenuta in base a una falsa premessa, per opera di sostenitori stranieri – Arabia Saudita e Stati Uniti – che non volevano niente altro che vedere il paese  annientato in modo che l’Iran sarebbe stato isolato e più facile da far cadere.  Vendere questo bagno di sangue come un progresso della democrazia – come hanno fatto i politici e i mezzi di informazione statunitensi – è al di là dell’ipocrisia; appartiene alla categoria riservata a coloro che hanno l’etichetta di criminali di guerra.

 

* http://it.wikipedia.org/wiki/Wahhabismo

 

 

Shamus Cooke lavora nei servizi sociali,  è sindacalista, e scrive per Workers Action (www.workerscompass.com).Si può contattare su shamuscooke@gmail.com

 

http://www.nytimes.com/2012/08/04/opinion/syrias-crumbling-pluralism.html?_r=1

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Shamus Cooke is a social service worker, trade unionist, and writer for Workers Action. He can be reached at portland@workerscompass.org