La rivoluzione in Egitto oltre la cortina di fumo

Shamus Cooke

In tempi di crisi le persone si sforzano di avere facili risposte a situazioni complesse. In Egitto ciò  ha portato a insulsaggini assurdamente digeribili, in cui un lato viene etichettato “buono” (Fratelli musulmani) e l’altro “cattivo” (l’esercito), e la rivoluzione nel suo complesso condannata come un’atrocità. Ma la situazione in Egitto è particolarmente contraddittoria, e sciogliere i nodi politico-sociali della rivoluzione richiede di evitare slogan preconfezionati.

Contrariamente a quanto sostenuto da molti, la notizie sulla morte della rivoluzione sono assai esagerate. Coloro che prevedono che l’Egitto inevitabilmente entrerà in un lungo periodo di dittatura militare dimenticano che la rivoluzione egiziana ha distrutto una tale dittatura, nel 2011, e ha contribuito a rovesciare il governo autoritario di Mursi a luglio. Il popolo in Egitto non è intimidito fino alla sottomissione, è ancora per le strade, senza paura, consapevole del proprio potere. L’esercito egiziano è assai consapevole di questo fatto, come testimoniano le sue azioni. Anche se è  una tragedia che persone innocenti siano state uccise, è anche vero che i Fratelli musulmani non rappresentano la rivoluzione, ma il suo contrario. Soprattutto c’è confusione, poiché un altro oppositore della rivoluzione, i generali, attaccano la Fratellanza sollevando la domanda: perché mai un nemico della rivoluzione ne attacca un altro?

L’attuale situazione apparentemente bizzarra in Egitto, è in realtà comune nella storia delle rivoluzioni, iniziate in epoca moderna con Napoleone Bonaparte che, durante la Rivoluzione francese, consolidò il suo potere allineandosi con alcune classi sociali contro le rivali, e  commutando le alleanze quando necessario, compensando la potenza dei suoi ex alleati, fino a quando tutti i rivali politici furono indeboliti, permettendo a lui e al suo esercito di agire da arbitri. Questa caratteristica comune delle rivoluzioni viene spesso definita “bonapartismo”, in onore del suo fondatore, ed è un riflesso della società rivoluzionaria, in cui le diverse classi sociali si affermano fortemente, anche se sono incapaci di abbattere i loro avversari, permettendo ai militari di agire come “arbitro” bonapartista. Il bonapartismo è anche un segno della debolezza politica dei militari, che non sono in grado di governare senza allinearsi con alcuni segmenti della popolazione (è per questo che i generali egiziani hanno recentemente chiesto alle mobilitazioni il “permesso” di reprimere la disobbedienza civile della Fratellanza, in sostanza utilizzando la sinistra politica egiziana contro la destra politica). Il bonapartismo è praticato dalle dittature militari dai tempi di Napoleone. In realtà, il popolare presidente militare egiziano Gamal Abdul Nasser, che avviò molte misure progressive in Egitto, era un classico bonapartista, anche se uno stranamente tendente verso sinistra. Ad esempio, dopo essere sopravvissuto a un attentato dei Fratelli musulmani, Nasser usò l’esercito per distruggere la Fratellanza, mentre godeva del sostegno della sinistra politica in Egitto per via delle sue politiche progressiste. Dopo aver trattato con la Fratellanza, Nasser consolidò il potere contro la crescente sinistra rivoluzionaria, attaccando sia il partito comunista che i sindacati. Questo atto di bilanciamento politico tra sinistra e destra è il segno distintivo del bonapartismo.

Anche il successore di Nasser, Sadat, usò una strategia bonapartista quando invitò i Fratelli musulmani a ritornare in Egitto, per utilizzarli quale ariete di destra contro la sinistra egiziana.  Sadat aveva bisogno della Fratellanza come sostegno politico, per aiutarlo ad invertire le politiche progressiste attuate da Nasser. Mubaraq usò la Fratellanza in questo modo, per gli stessi motivi di Sadat. E’ vero che Mubaraq e Sadat presero misure aggressive contro la Fratellanza, a volte, ma entrambi permisero al gruppo maggiore libertà di organizzazione politica rispetto a qualsiasi altro gruppo, dal momento che la Fratellanza era un complemento di destra politicamente perfetto verso le politiche neoliberiste del presidente. Questo favoritismo pro-Fratellanza portò alla situazione in cui, dopo la caduta di Mubaraq, la Fratellanza era praticamente l’unica forza politica organizzata in Egitto. Dopo essere stata trascinata nella rivoluzione dalla sua scalciante e urlante ala giovanile, la Fratellanza opportunisticamente prese il potere pur non condividendo nessuno degli obiettivi o della visione dei rivoluzionari. Un modo comune con cui i commentatori confondono la situazione in Egitto è ritrarre i Fratelli musulmani come dei rivoluzionari gandhiani che si sforzano di ripristinare la democrazia. Ma nello stesso tempo, dicono correttamente questi analisti, “Dio non voglia” che alla Fratellanza sia permesso realizzare la loro visione di Stato islamico fondamentalista in Egitto, poiché così facendo ridurrebbero automaticamente le libertà delle donne, dei musulmani non fondamentalisti e delle minoranze religiose. Un altro errore comune nel valutare la sitauzione dell’Egitto è presentarlo come un conflitto tra laicisti e musulmani. I Fratelli musulmani non hanno il monopolio dell’Islam in Egitto. Dei milioni di persone che chiedevano la cacciata di Mursi, il 30 giugno, la stragrande maggioranza era musulmana sunnita, proprio come i Fratelli musulmani. Ma la versione fondamentalista dell’Islam sunnita della Fratellanza rimane il parere di una minoranza nella maggioranza sunnita dell’Egitto.

Un ulteriore errore di analisi degli eventi in corso in Egitto é dimenticare gli sviluppi della situazione, che richiede un approfondimento nel passato non troppo lontano del 30 giugno, quando milioni di egiziani chiesero la dipartita dell’allora presidente Mursi. Queste manifestazioni di massa erano ovviamente almeno grandi quanto quelle che rovesciarono Mubaraq, eppure i Fratelli musulmani non riuscivano a cogliere il messaggio, e tentarono di utilizzare la disobbedienza civile militante al fine di ripristinare un Mursi indubbiamente impopolare. L’esercito si mosse contro la Fratellanza perché credeva, correttamente, che la maggioranza della popolazione lo sostenga e sia contraria alla Fratellanza, come testimoniano le manifestazioni molto più grandi in risposta all’appello dei militari, per non parlare della grande serie di altre prove che documentano tale parere presso la classe lavoratrice di Cairo, un settore ribellatosi ai Fratelli musulmani. E anche se ci sono molti che si limitano a dipingere la manifestazione di milioni di persone del 30 giugno come una “cospirazione”, è impossibile costringere il popolo a frequentarle sotto una sola richiesta, “Mursi deve andarsene”, se non vuole parteciparvi. Molti analisti “pro-complotto” sembrano semplicemente non capire il profondo significato politico di manifestazioni di quelle dimensioni, come se fossero qualcosa di comune e non i sintomi di una potente rivoluzione. E’ vero che i generali egiziani, per non parlare del complotto di Paesi stranieri, cercano di implementare la propria agenda in ogni crisi, così comportando sempre una qualche manovra cospirativa, ma le esigenze del 30 giugno hanno chiarito nettamente quale fosse la questione per gli egiziani: parlare con la propria voce.

Anche se la maggior parte degli egiziani è ormai anti-Fratellanza musulmana, le recenti azioni dei militari creano nuovi problemi per i rivoluzionari egiziani. Il potere della Fratellanza sarà frantumato, ma il potere dei militari sarà rafforzato. Per evitare che i generali abusino del loro potere contro la classe operaia egiziana, i rivoluzionari hanno bisogno di pianificare rapidamente un modo per proteggersi pur perseguendo le esigenze della rivoluzione. Perché la sinistra egiziana rimanga sufficientemente organizzata, deve utilizzare la strategia politica del Fronte Unito, riunendo ampi strati della popolazione sotto un numero limitato di richieste popolari. In questo modo, i generali saranno impotenti di fronte a un movimento di massa unitario che avanza un programma positivo, in contrasto con l’attuale dinamica incentrata su ciò che gli egiziani rifiutano. Un movimento di fronte unito di massa vincerà i cuori e le menti dei soldati egiziani, evitando anche che il fondamentalismo dei Fratelli arruoli altre nuove reclute. In Egitto i bisogni più immediati della popolazione, pane, lavoro, servizi sociali, ecc., sono le richieste che continuano ad alimentare la rivoluzione e ad unirla. Se la sinistra politica stende un piano per realizzare queste richieste con metodi rivoluzionari, invertendo le privatizzazioni, alzando le aliquote fiscali sui ricchi, lavori pubblici per l’occupazione, ecc., allora tutta la classe operaia egiziana si unirà per ottenere questi obiettivi, alcuni dei quali furono realizzati sotto la presidenza di Nasser e poi abbandonati da Sadat e Mubaraq.

La rivoluzione egiziana non ha a disposizione anni per risolvere questi problemi, l’economia dell’Egitto affronta la catastrofe, e una drastica azione deve essere presa immediatamente. Questo è uno dei motivi per cui Mursi è stato scacciato dal potere: pensava di poter continuare la linea di Mubaraq, non fare nulla di sostanziale per la maggior parte della popolazione, di cui una metà vive in condizioni di estrema povertà e l’altra annaspa follemente per evitare un simile destino. Le maggiori aspettative e le nuove speranze ispirate dalla rivoluzione devono essere accompagnate da azioni rivoluzionarie audaci in grado di soddisfare queste nuove aspettative. La politica come al solito è una cosa del passato in Egitto. La rivoluzione può evitare il destino di un bonapartismo radicato, solo se sarà inequivocabilmente diretta ad affrontare le pressanti necessità economiche fondamentali della stragrande maggioranza della popolazione egiziana.

 

Shamus Cooke is a social service worker, trade unionist, and writer for Workers Action. He can be reached at portland@workerscompass.org