Messico, Pakistan, e lo “Stato Fallito”/La Guerra di Washington contro il “Narco-Terrorismo”

Shamus Cooke

I cartelli della droga messicani sono una minaccia per gli Stati Uniti? È facile giungere a questa conclusione se leggi i giornali statunitensi di larga diffusione. Quasi tutti i giorni pubblicano storie sensazionali su scontri a fuoco avvenuti in “pieno giorno”, interviste strazianti di madri in lacrime, ed elogi all’esercito messicano nella sua “guerra” contro i “narco-terroristi.”

È interessante notare che il Messico sia stato recentemente paragonato al Pakistan come un paese “sul limite” di diventare uno “stato fallito”, con i cartelli della droga messicani accusati di aver giocato lo stesso ruolo “destabilizzante” dei Talebani, terroristi in Pakistan. Definire questo raffronto un’esagerazione sarebbe, ovviamente, riduttivo.

Vi è infatti una connessione reale tra il Messico e il Pakistan che vale la pena discutere, anche se i media popolari non ne fanno menzione. Entrambi i paesi hanno governi che sono, a tutti gli effetti, pedine degli Stati Uniti e, come tali, si trovano in difficoltà con i propri cittadini perché devono cercare di accontentare chi veramente comanda: le mega-corporation statunitensi e i ricchi investitori.

E questi possono essere esigenti. Ad esempio, in Pakistan, il Fondo Monetario Internazionale, controllato dagli Stati Uniti, insiste che il governo privatizzi le banche, le ferrovie, le centrali elettriche, l’acqua, le assicurazioni, le fabbriche, ecc.. che sono di proprietà dello Stato – in modo che le multinazionali statunitensi e gli investitori possano acquistarli a prezzi stracciati e generare profitti privati.

In Messico, gli stessi gruppi statunitensi ambiscono al controllo della fonte numero uno dell’economia nazionale: la compagnia petrolifera di Stato (PEMEX). Imprese messicane e risorse naturali del paese erano già state divorate dall’avidità delle multinazionali statunitensi molto tempo prima della nascita di NAFTA (North American Fair Trade Agreement), ma questo trattato ha intensificato il fenomeno e per questo motivo la sua entrata in vigore è il miglior punto di partenza per cominciare a capire l’attuale situazione politica in Messico.

NAFTA è in realtà più di un accordo commerciale: si tratta di una coalizione commerciale, che contende all’Unione Europea il primo posto mondiale per dimensione. Un blocco commerciale è essenzialmente un accordo tra diversi paesi per consentire la loro integrazione economica, che inevitabilmente comprende accordi politici e militari a vari livelli. Inoltre, ogni blocco commerciale ha uno stato membro dominante, che, nel caso di NAFTA, sono gli Stati Uniti.

Quando è entrato in vigore l’accordo NAFTA, il Messico ha visto arrivare una valanga di investimenti statunitensi sia da parte di multinazionali che di privati. Gli investitori internazionali desiderano che i loro investimenti siano al sicuro da qualsiasi pericolo e l’instabilità politica di qualsiasi tipo è considerata un fattore che può nuocere agli affari. Questo è infatti il motivo per cui il NAFTA comprende un accordo chiamato “Sicurezza e Prosperità”, che fornisce aiuti (militari) statunitensi nel campo della sicurezza per proteggere la prosperità (degli investimenti) creata da NAFTA nel Messico.

Sulla questione della sicurezza e gli investimenti all’estero, il sito web della Banca Mondiale dice:

“Fungiamo da potente deterrente contro atti da parte di governi [stranieri] che possono pregiudicare gli investimenti. E anche se sorgono delle controversie, in molti casi possiamo far leva sul governo ospite perchè ci sia consentito di risolvere le divergenze nella reciproca soddisfazione di tutte le parti.” Tale sicurezza è garantita in ultima analisi, dalle forze armate statunitensi.

Gli investitori statunitensi hanno giustamente temuto che i loro investimenti in Messico necessitassero di ulteriore protezione. Da molti anni le disuguaglianze sociali nel paese si vanno intensificando, e il tenore di vita della gente povera ha continuato a deteriorarsi. Si prevede che questo deterioramento continuerà a causa della fragilissima economia messicana, particolarmente vulnerabile per i seguenti motivi:

1) le merci provenienti dagli Stati Uniti sotto l’accordo NAFTA sono più competitive e potrebbero distruggere gli agricoltori e le imprese messicane;

2) l’economia del paese dipende largamente dal prezzo elevato del petrolio, crollato dopo l’entrata in vigore del NAFTA;

3) l’economia si base sul denaro proveniente da investitori statunitensi, i cui investimenti sono in calo (a causa della recessione);

4) le esportazioni messicane verso gli Stati Uniti, che rappresentano l’80% del totale delle esportazioni, sono fortemente diminuite perché gli operai statunitensi hanno un minor potere d’acquisto;

5) a causa della recessione, c’è stata una drammatica riduzione di denaro spedito dai messicani che vivono negli Stati Uniti.

Questa situazione economica rischia da un lato di spingere la classe operaia messicana alla disperazione, e dall’altro di rendere necessaria l’adozione di misure repressive, poiché i messicani potrebbero esigere che le società di proprietà degli Stati Uniti in Messico, rispondessero invece alle esigenze dei cittadini. È probabile che chi non emigrerà per sfuggire al crollo economico, si ribelli.

La prima ribellione in Messico, sotto la guida del movimento zapatista, è iniziata nel 1994, lo stesso giorno dell’entrata in vigore dell’accordo NAFTA. Gli zapatisti protestavano contro gli effetti che l’accordo avrebbe inevitabilmente avuto in Messico, in particolare l’ampliamento delle disparità economiche, la privatizzazione e l’impatto negativo del “libero commercio” guidato dalla più forte economia degli Stati Uniti.

Gli investitori statunitensi esigevano che questo movimento venisse schiacciato, e la repressione ancora in corso oggi, comprende un elenco di raccapriccianti violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito messicano e della polizia federale – le stesse persone che i media statunitensi lodano quotidianamente.

Laura Carlsen, Direttore del Centro per la Politica Internazionale del Programma di Politiche per le Americhe con sede a Città del Messico, ha scritto che l’esercito messicano ha recentemente utilizzato la “guerra contro la droga”, come pretesto per reprimere, tra gli altri, il movimento zapatista.

L’attuale Presidente del Messico, Felipe Calderon, ha inizialmente annunciato la “guerra alla droga” in circostanze che hanno condotto molti a mettere in discussione le sue motivazioni. Ad esempio, milioni di persone in Messico giustamente ritengono che Calderon abbia truccato le elezioni del 2006. Le proteste di massa che ne seguirono hanno destabilizzato il nuovo governo in fase di insediamento, obbligando Calderon a prestare giuramento in condizioni di segretezza.

Allo stesso tempo, una straordinaria ribellione nello stato di Oaxaca ha portato alla creazione di un governo popolare guidato da un’Assemblea Popolare eletta democraticamente (APPO). Al fine di garantire al futuro presidente un inizio vagamente stabile- e anche per garantire che gli investimenti delle multinazionali a Oaxaca rimasero fuori pericolo – Vincente Fox, il presidente uscente, ha utilizzato la polizia federale messicana per reprimere il movimento, usando le collaudate tattiche in stile squadroni paramilitari: “sparizioni”, uccisioni, detenzioni illegali, ecc (tra il 2007 e il 2008, 1.602 episodi di violazioni dei diritti umani di questo tipo sono stati ufficialmente denunciati alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani del paese).

E’ in queste condizioni che il presidente Felipe Calderon ha dichiarato la sua “guerra alla droga”. Il suo obiettivo non era soltanto di distrarre l’attenzione pubblica dall’illegittimità della sua presidenza, ma anche, come il quotidiano messicano El Univeral ha spudoratamente notato: “La sfida per Calderón non è solo a Oaxaca … il governo federale dovrà intervenire se non vuole vedere proliferare dei movimenti simili a Oaxaca in altri stati del paese”.

E infatti sono intervenuti. Questa guerra ha portato decine di migliaia di effettivi dell’esercito e della polizia federale nelle strade del Messico, e di violazioni dei diritti umani non si è più parlato. Nella sua “Operazione Chihuahua”, una delle campagne militari più importanti della “guerra alla droga”, l’esercito messicano ha rastrellato attivisti politici e capi dell’opposizione, che in precedenza avevano organizzato le proteste contro NAFTA.

Un’altra estremamente grave violazione dei diritti umani è avvenuta nella regione di Atenco, dove gli attivisti sono stati individuati e torturati, e l’intera comunità è stata terrorizzata dalla polizia federale per schiacciare l’opposizione al governo.

La logica è inquietante: apparentemente, le “misure straordinarie” sono necessarie per combattere i “narco-terroristi” messicani. Queste misure comprendono non solo le suddette violazioni dei diritti umani, ma la distruzione pressoché totale dei diritti costituzionali. Il giusto paragone sarebbe con la egualmente ridicola “guerra al terrore” del governo statunitense, basata su motivi analoghi, che in modo simile ha portato a violazioni di diritti umani e diritti costituzionali.

Nel 2008 la posta in gioco in Messico è aumentata. Un’iniziativa è stata approvata dal Congresso degli Stati Uniti, chiamata “Merida”, anche nota come “Piano Messico” (sulla base di un analogo “piano” in Colombia), che aggiunge miliardi di dollari in aiuti militari USA al Messico, destinati alla “lotta al narcotraffico, la lotta al terrorismo e la sicurezza delle frontiere.Il “Piano Messico” è in realtà una semplice estensione dell’accordo NAFTA sulla “sicurezza e prosperità” ma con un ruolo ben più visibile delle forze armate statunitensi.

Recentemente il capo di tutti i servizi delle forze armate, l’ammiraglio Mike Mullen, ha aggiornato il presidente Obama sui modi in cui il Messico rappresenta un’emergente minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, e ha illustrato il rafforzamento della cooperazione tra le forze armate dei due paesi contemplato dal Piano Messico. L’incontro è avvenuto alla fine di una settimana durante la quale i giornali statunitensi erano pieni di articoli isterici su un presunto “contagio negli Stati Uniti della violenza dei cartelli della droga”.

Tattiche simili volte a creare il panico sono state utilizzate per ottenere il sostegno pubblico al “Piano Colombia”, dove miliardi di dollari di “aiuti” statunitensi hanno contribuito a militarizzare il paese nella lotta contro i “terroristi narcotrafficanti.” I risultati non sono sorprendenti: la situazione dei diritti umani in Columbia è la peggiore di tutto l’emisfero, mentre il paese continua a essere il più grande esportatore al mondo di cocaina.

La Colombia è una pedina essenziale nella politica estera di Washington in una regione che detesta gli interventi economici e militari statunitensi del passato. Va notato che gli unici due governi apertamente di destra della regione sono quelli del Messico e della Colombia.

In ultima analisi, l’accusa che un paese ha “fallito” è stata usata come pretesto per l’intervento militare degli Stati Uniti. Questo è infatti il caso sia per il Messico che per il Pakistan, dove le corporation e gli investitori lavorano assieme al governo fantoccio contro la volontà del popolo.

La possibilità che tali misure da stato di polizia possano essere trasferite negli Stati Uniti è molto reale, in particolare a causa della distruzione delle libertà civili poste in essere sotto Bush, diritti che Obama non è disposto a ripristinare, né intende chiamare in discussione. Se non vengono immediatamente messe in atto delle politiche che aiutino i milioni di nuovi disoccupati, le persone senza assicurazione sanitaria, i nuovi senzatetto, senza dubbio sorgeranno disordini sociali e le misure create da Bush verranno senz’altro ulteriormente utilizzate contro la classe operaia degli Stati Uniti. In questo caso, le forze militari e di polizia potrebbero essere usate per “mantenere l’ordine”, eventualmente con il pretesto di una “guerra al terrorismo” o una “guerra alla droga”, o sotto l’etichetta di un altro slogan creativo.

Shamus Cooke è un’assistente sociale e sindacalista. Scrive per Workers Action (www.workerscompass.org). Per contattarlo, si può scrivere a shamuscook@yahoo.com

Traduzione di Freebooter

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Shamus Cooke is a social service worker, trade unionist, and writer for Workers Action. He can be reached at portland@workerscompass.org