Obama, petrolio, menzogne e denaro

Ann Robertson

Ann Robertson

[This is the Italian translation of Obama, Oil, Lies, and Money.]

Il disastro del petrolio della BP nella regione del Golfo, che sta distruggendo irreversibilmente degli habitat sensibili della vita selvaggia mentre mette senza lavoro migliaia di persone il cui sostentamento dipende dall’ambiente, offre ancora un altro esempio di come opera il governo, sia che siano al potere i democratici sia i repubblicani. Non dovrebbe essere una sorpresa scoprire che ancora una volta un’amministrazione ha mentito oppure raccontato delle mezze verità per minimizzare quanto pateticamente sia compiacente agli interessi del grande capitale, che in questo caso è la potente industria petrolifera. Sfortunatamente per l’amministrazione Obama, la perdita di petrolio è un problema del quale non può incolpare gli insegnanti.Tanto per cominciare, dopo l’esplosione dell’impianto di trivellazione, Obama non ha insistito perché la BP facesse un conto preciso dell’ammontare della perdita di petrolio ed invece ha permesso alla BP di fornire continuamente il pubblico di stime deliberatamente basse. Mentre il disastro progrediva, Obama ha quindi annunciato una moratoria sui permessi di trivellazione di nuovi pozzi petroliferi al largo ed un alt alla deroga ambientale, come quella che è stata data all’impianto di trivellazione che è esploso mentre operato dalla BP. Comunque, come riferito dal The New York Times (24 maggio 2010), nonostante la cosiddetta moratoria, l’amministrazione ha concesso “secondo i dati, almeno sette nuovi permessi per vari tipi di perforazioni e sono state accordate cinque deroghe ambientali”.

Perché un simile stupefacente tradimento della fiducia del pubblico ed una ostinazione nel comportamento servile verso le società petrolifere? In tutta onestà, dovrebbe riconoscersi che qualche colpa si estende oltre l’amministrazione Obama, perché il Dipartimento dell’Interno, che sorveglia l’industria petrolifera, ha una lunga storia di eccellere nella corruzione. Per esempio, durante il secolo passato, ha negato ai nativi americani miliardi di dollari di royalties per l’utilizzo delle loro terre semplicemente rifiutandosi continuamente di conservare la giusta documentazione. E quando i nativi americani si rivolsero al tribunale, vinsero causa dopo causa. Tuttavia, hanno ricevuto una frazione di quanto loro dovuto, ancora perché non vi sono dati precisi.

Diversi anni fa, il Dipartimento raggiunse un nuovo basso livello nella corruzione quando fu scoperto che alcuni funzionari accettavano “doni, droga e favori sessuali” dalle compagnie petrolifere che si supponeva stessero controllando. Inutile dire che alle società petrolifere è andata molto bene quando si trattava di regolamenti. Ma ci viene lasciato chiederci se gli stessi rappresentanti del petrolio abbiano offerto i favori sessuali o se hanno pagato altri a farli per loro.

Quando Obama divenne presidente, vi fu qualche voce sull’epurazione al Dipartimento dell’Interno, ma, come risultò, è stato fatto poco o nulla. Un articolo di “analisi di notizie” del New York Times (31 maggio 2010) offre una spiegazione di questo spettacolare fallimento, ma in maniera rimarchevole identifica la causa all’origine nel modo normale di funzionamento del governo federale: “La risposta può avere molto a che fare con l’attività degli affari come al solito a Washington e la lunga e consolidata influenza dell’industria petrolifera nella politica di Washington come fa con qualunque cosa più sinistra”.

In altre parole, ancora una volta enormi somme di denaro nelle mani dell’elite corporativa battono il bene pubblico. Il New York Times continua la sua spiegazione: “Membri della Commissione Energia e risorse naturali del Senato [che sorveglia l’ente governativo che controlla l’industria petrolifera], per esempio, in questo ciclo elettorale ha preso in media circa $52.000 da singoli e gruppi associati all’industria petrolifera e del gas, paragonati ai $24.000 per altri al Senato, secondo dati del Center for Responsive Politics”.

Comunque, il New York Times ha trascurato di menzionare che Obama è stato un grande destinatario di contributi della BP per la campagna elettorale. Il 5 maggio 2010, la Reuters ha annunciato: “Durante il suo periodo al Senato e mentre correva per la presidenza, Obama ha ricevuto dal gigante petrolifero un totale di $77.051 ed è il principale beneficiario del denaro della BP PAC e di singoli nei 20 anni passati, secondo dati delle rivelazioni finanziarie”.

Per motivi come questi, le società petrolifere hanno una lunga storia di ricevere favori a spese del pubblico. Per esempio, il New York Times ha riferito (27 marzo 2006): “Ma lo scorso mese, l’amministrazione Bush ha confermato che si aspettava che il governo rinunciasse a circa $7 miliardi di royalties nei prossimi cinque anni, anche se gli incentivi all’industria [per questa rinuncia] sono stati espressamente concepiti per tempi durante i quali i prezzi dell’energia erano bassi. E quel numero potrebbe quadruplicarsi a più di $28 miliardi se una causa depositata la scorsa settimana che impugna una delle restrizioni del rimanente programma si dimostra riuscita”. L’articolo quindi continuava citando un congressista critico della politica governativa verso l’industria petrolifera che osservava: ‘Ai contribuenti viene chiesto di fornire enormi sussidi alle società petrolifere per produrre petrolio — è come sovvenzionare un pesce perché nuoti'”.

Ancora peggio, questi sussidi fiscali sono stati stabiliti quando le società petrolifere “guadagnavano più denaro di quanto ne potevano comodamente spendere”. “Le 10 più grandi compagnie petrolifere mondiali hanno guadagnato più di $100 miliardi nel 2004, una manna più grande della produzione industriale della Malesia”. (The New York Times, 11 febbraio 2005).

E nel 2006, secondo il The New York Times (14 luglio 2006), “Con il tempo dell’attuale sessione biennale che sta scadendo, i lobbisti delle compagnie petrolifere hanno contribuito a bloccare o ad annullare quasi una dozzina di disegni di legge considerati ostili all’industria, incluso un progetto per tassare la manna di profitti ed una proposta per regolamentare le raffinerie come servizi pubblici”.

In altre parole, invece di finanziare opportunamente la pubblica istruzione ed i servizi sociali, il governo federale — sia sotto Obama che Bush — ha scelto di concedere generosi doni alla più redditizia industria sul pianeta. David Leonhardt, uno degli scrittori di economia del The New York Times, ha chiesto la fine dei sussidi alle compagnie petrolifere come passo per la riduzione del deficit perché il governo federale aumenti il suo aiuto agli stati per stimolare l’economia. Ha incluso questa cruciale osservazione a sostegno della sua raccomandazione: “La storia ha dimostrato che l’aiuto statale [del governo federale], che impedisce i licenziamenti degli insegnanti, dei tecnici del pronto soccorso e di altri lavoratori, è la singola forma più efficace di stimolo”. (The New York Times, 2 giugno 2010).

E dato che l’industria del carbone ha coltivato lo stesso tipo di relazione con il governo, non c’è da stupirsi che entrambe Obama e Bush siano stati inadempienti con la questione del riscaldamento globale, che continuerà inesorabile finché entrambe le industrie del petrolio e del carbone non siano tenute sotto stretto controllo.

Nel frattempo, l’amministrazione Obama ha segnalato la propria disponibilità a ridurre il deficit del bilancio federale attaccando programmi come la Sicurezza Sociale, dai quali dipende la gente comune come una corda di salvataggio dopo il ritiro. Non vi è stata nessuna parola di ridurre i sussidi alle grandi società petrolifere e tanto meno di aumentare le loro imposte. La scelta per i lavoratori sta diventando più dura: appoggiare i democratici e guardare tranquillamente che tutte le cose importanti vengano sottratte mentre il denaro e la corruzione esercitano la loro influenza oppure rompere con i democratici, formare un partito del lavoro e combattere per gli interessi della maggioranza. E’ il momento di lottare.

Sull’autore:

Ann Robertson è docente incaricato alla San Francisco State University e membro della California Faculty Association. E’ una scrittrice per Workers Action e può contattarsi a sanfrancisco@workerscompass.org

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